RENZO ULIVIERI: «Ecco perché in Serie A un tecnico dura così poco...»

«Uno degli errori che si commettono più spesso è quello di valutare un allenatore esclusivamente dai risultati, ma se una squadra scivola sotto al 10° posto è il primo a cui tutti danno poi la colpa»

di Carlo Lazotti

Per descrivere soltanto la carriera, la sapienza - e quindi anche la saggezza - di Renzo Ulivieri non basterebbero 3 pagine di giornale. Ha iniziato ad allenare nella sua Toscana nell’ormai lontana stagione 1965/66:?San Miniato, Fucecchio, Cuoiopelli, Prato, Empoli, giovanili della Fiorentina, fino al salto in Serie B con la Ternana sul finire degli anni ’70 e l’esordio in “A” alla guida del Perugia nel campionato 1980/81.
Da quel momento in poi tante panchine di prestigio, dalla Sampdoria al Cagliari, dal Bologna al Napoli, dal Parma al Torino: qualche volta con esiti stagionali non troppo positivi, più spesso con traguardi importanti centrati, come le vittorie in “B” e in “C” con Bologna e Modena, ma anche il 7° posto in “A” e la qualificazione all’Intertoto con lo stesso Bologna di Roby Baggio, o il 4° e quella ai preliminari di Champions con il Parma. E sempre con qualcosa da dire di profondo, mai banale davanti alle telecamere e mai sopra le righe nei roventi post gara in cui - a volte - tanti suoi colleghi si abbandonano a siparietti poco edificanti.
Logico che, ormai da molti anni, Renzo Ulivieri sia il decano e il Presidente dell’Assoallenatori, il più legittimato a commentare le statistiche CIES Football Observatory di questa settimana, che hanno mostrato come - nella nostra Serie A - un tecnico “duri” in media sulla stessa panchina appena 351 giorni (38° posto nel mondo), a fronte dei 506 della Liga spagnola o dei 537 “concessi” in Premier League.
E’ chiaro: gli 890 giorni di media di un tecnico della Allsvenskan svedese o i 701 di uno della Super League svizzera sono inarrivabili, ma per capire quali sono le motivazioni alla base di tali differenze Ulivieri è davvero la persona giusta…

  • Presidente, qual è la sua spiegazione riguardo a quei 351 giorni di media? I nostri club hanno troppa fretta? Il nostro essere “latini” consuma le passioni con esagerata velocità?
    «Fondamentalmente sono 2 le cause:?la prima è l’eccesso di stati di tensione rispetto ad altri mondi, frutto di un nostro calcio che vive eccessive pressioni attraverso i giornali, le radio, i siti, ecc. E la seconda riguarda un sistema di distribuzione delle risorse tale che la retrocessione finisce per diventare quasi una questione di vita o di morte. Le classifiche sono sempre la stessa storia: sotto al 10° posto si comincia fatalmente a dare la colpa all’allenatore».
  • E in “B” è ancora peggio: appena 335 giorni di media e 50° posto mondiale…
    «La Serie B è addirittura più combattuta: a volte entrare nei Play off dipende dalla stabilità delle società, che sono legate spesso ai risultati sul campo. Quindi la tensione cresce ancora di più».
  • A proposito di tensioni: nella stagione più paradossale della storia è davvero un bene che il calcio italiano abbia finalmente trovato una governance seria e stabile…
    «Assolutamente. La gestione Gravina non poteva essere migliore in un momento come questo. Nei confronti del CONI, della politica, ma anche della stessa opinione pubblica. E il fatto di essere riusciti a tenere la barra dritta in un momento così difficile testimonia proprio la bontà dell’operato del Presidente federale. Da un punto di vista “sindacale”, magari andasse avanti sempre così. Tornando al discorso tecnico, è ovvio che in qualsiasi realtà ci vuole un po’ di tempo, altrimenti non si può programmare:?uno degli errori che si possono commettere è quello di valutare l’allenatore esclusivamente sui risultati».
  • E da Coverciano ne escono continuamente di bravi e preparati. A proposito, Presidente: avete ripreso l’attività dopo la fine del lockdown?
    «No, ancora no. Tanto lavoro online, ma al momento siamo costretti a lasciare da parte la pratica sul campo. Coverciano è ancora chiusa, perché nel periodo più critico dell’emergenza sanitaria la struttura federale è stata messa a disposizione dei malati di COVID-19, e per ora sono tornati soltanto gli arbitri. Ma la nostra è una scuola di livello, riconosciuta in tutto il mondo, con una grande fortuna: che poi i tecnici che escono da lì vanno a fare un tirocinio importante nelle varie categorie».
  • Essere stati bravi o addirittura ottimi giocatori nella serie maggiore, o addirittura in Nazionale, aiuta??Crea una sorta di corsia preferenziale?
    «Per fare questo mestiere occorrono dedizione e voglia. Qualcuno “molla” o si arena alle prime difficoltà, ed è chiaro che chi è stato grande giocatore - magari abituato alle pressioni - in qualche modo è favorito. Ma se poi perdi 3 partite di seguito, in qualsiasi categoria e persino nelle giovanili, finisci per essere quello che ha perso 3 partite di fila e basta».
  • Le faccio un paio di nomi che possono corrispondere a quell’identikit di chi, abituato alle pressioni da giocatore, poi da tecnico non si arrende alle difficoltà e alla fine ottiene risultati importanti: Rino Gattuso e Pippo Inzaghi.
    «Gattuso trasmette carattere, ma anche carisma. E non è vero che è soltanto “determinazione e cuore”, perché dietro al suo lavoro c’è anche tanta preparazione, tanta tattica, tante conoscenze apprese in anni di carriera e ora messe in pratica nelle sue squadre. Pippo ha avuto il trionfo che meritava, e che fosse bravo lo aveva dimostrato già a Venezia».
  • Un altro nome per il futuro: Daniele De Rossi.
    «Sembra un predestinato. Secondo me da allenatore ha buone chance, perché anche da giocatore era un vero e proprio allenatore in campo, abituato a “leggere” le situazioni. Dovrà fare tutta la trafila fino al Supercorso, ma può fare molto bene».
  • Tornando ai momenti di difficoltà, che ne pensa del regolamento attuale che impedisce ad un tecnico di allenare 2 squadre diverse, anche in serie differenti, nel corso della stessa stagione? In Bundesliga, ad esempio (è successo anche in tempi recenti) un trainer può subire un esonero a Natale e alla Befana essere già su un’altra panchina dello stesso campionato, e magari dopo poche giornate ritrovare addirittura da avversario i suoi ex giocatori…
    «Sono contrario. Abbiamo fatto un esperimento in Serie B, una stagione, ed è stato un fallimento totale: nessun tecnico è stato capace, nella sua seconda esperienza, di fare qualcosa di buono. Ma d’altronde è normale: anche l’esonero è un momento determinante nella carriera di un allenatore: ci vuole tempo per ritrovare equilibrio psichico. Una volta subìto l’esonero un tecnico sta male, arriva a casa e non vorrebbe parlare con nessuno, chiudersi in se stesso, moralmente è a pezzi. Come fa a ritrovare magicamente morale e determinazione dopo poche settimane? E se poi riprende ad allenare, sicuramente vuole dimostrare qualcosa, e quindi rischia di andare fuori giri e di peggiorare ulteriormente la propria situazione».
  • Un tecnico lo sa sempre quando è sua la colpa, o la maggior parte di essa?
    «La squadra risponde all’allenatore? Se non lo segue più, una società è obbligata a cambiare. In quel caso è abbastanza inequivocabile quale possa essere la soluzione al problema».
  • A volte, però, cambiare per cambiare risulta davvero inutile o quanto meno lascia inalterate le cose: pensando a questo campionato viene in mente l’esempio del Torino…
    «Lì c’è una spiegazione di fondo… E’ partito prima, con una preparazione accelerata per disputare il preliminare di Europa League. Preliminare che va male, finisce l’illusione di giocare in Europa, e quindi contraccolpo psicologico sin da inizio stagione, per un condizionamento al quale è difficile porre rimedio. Quando i campionati iniziano sotto una cattiva stella è difficile porre rimedio».
  • Quindi un allenatore, oggi, dev’essere giocoforza anche uno psicologo…
    «Diciamo più uno… stratega. Quando ci sono difficoltà fisiche - come ora, come in questa seconda fase della stagione così particolare in cui si gioca ogni 3 giorni - lì dev’essere un allenatore-stratega. La psicologia è sempre importante, ma bisogna andare ad attingere a energie del momento, e si vede che ci sono squadre che da questo punto di vista sono ben strutturate».
  • Quindi il discorso, a maggior ragione in quest’epoca post COVID-19, si allarga alla bontà dello staff che si ha a disposizione…
    «Sì: c’è il tecnico, ma c’è anche il suo staff, i preparatori, i recuperatori. Perché - come in queste settimane - il lavoro è ridotto al minimo. Ma poi bisogna recuperare in fretta le energie perdute: si fa poca, pochissima rifinitura, praticamente non ci si allena mai e si bada soprattutto a non esagerare con gli sforzi muscolari. In questo periodo, in qualsiasi squadra, chi forza un po’ rischia grosso».
  • E nonostante tutto, il caldo, il superlavoro, l’assenza di pubblico, ecc. stiamo assistendo ad un torneo più che dignitoso… Merito anche dei tanti tecnici italiani bravi che ci sono al momento in Serie A: lei ha qualche prediletto?
    «Niente nomi. Sono tutti figli miei… (ride, ndr)».
  • Lasciamo da parte gli italiani, allora, che tanto vincono anche all’estero,e parliamo di quelli stranieri: qualche preferenza?
    «Fonseca, per esempio, mi è piaciuto molto sin da subito. Siamo stati a Trigoria a studiarlo e devo dire che è una persona davvero squisita e un professionista serio e molto preparato che si è calato nel ruolo non facile di tecnico della Roma in modo molto elastico».
  • Jürgen Klopp?
    «Lui mi piace anche al di fuori del rettangolo di gioco. Il… “compagno” Klopp (il riferimento è ovviamente al pensiero politico del tecnico del Liverpool, di sinistra come quello delle varie e risapute esperienze politiche di Renzo Ulivieri in Toscana, ndr) è una grande persona, oltre che un tecnico superbo».
  • A proposito di politica, e come ultima domanda, non posso non chiederle come vede l’Italia dopo la pandemia e alla vigilia di una crisi economica potenzialmente ancor più devastante…
    «Ho paura. E la paura mi viene dal fatto che in Italia manca una sinistra vera che possa raccogliere e indirizzare le lotte giuste. E temo che si vada allo sbaraglio. Magari ci riprenderemo, perché il popolo italiano è forte, ma la politica di oggi, urlata e becera, non va bene. Il politico dovrebbe essere sempre vestito di grigio e con gli occhiali, segno che ha passato tanto tempo a studiare. E invece ce ne sono tanti, pagati da noi, dai contribuenti, che fanno solo show e si abbandonano a scene indegne, incuranti del fatto che devono rappresentare anche chi non li ha votati e che chi li paga è la comunità».