Lo sport è essenziale per la salute e va garantito anche in tempi di pandemia

Una proposta: perché non proporre ai club “Pro” di adottare una o più società dilettantistiche?

di Leda Galiuto

In tempi di pandemia, le decisioni relative alla tutela della salute pubblica sono materia di interesse politico, con riferimento alla consulenza del Comitato Tecnico Scientifico, nella quale si tiene conto di elementi clinici e scientifici relativi all’andamento della diffusione del virus e delle misure per contrastarne la diffusione e garantirne la cura.
Garantire alla popolazione di poter praticare lo sport in sicurezza è, dunque, materia di studio del CTS e dei decisori politici.
Purtroppo, però, in questi delicati percorsi scientifici, politici e decisionali, si rischia di perdere di vista, sottovalutare o non correttamente valutare l’impatto dello sport sulla salute pubblica. Ricordo, dunque, che la sedentarietà rappresenta uno dei principali problemi della società moderna ed è responsabile della drammatica crescita di sovrappeso e obesità, a loro volta potenti fattori di rischio per gravi patologie croniche come infarto, diabete, tumori, malattie respiratorie croniche.
Per combattere la sedentarietà è indispensabile far sapere alla popolazione che, intanto, è necessario interrompere le ore di inattività da seduti o sdraiati anche con piccole pause in movimento e che poi qualsiasi livello di attività fisica, anche pochi minuti, è sufficiente a migliorare la sopravvivenza per ogni causa.
Livelli ideali di esercizio fisico si attestano sui 150 minuti a settimana di attività aerobica moderata o 75 minuti a settimana di attività aerobica intensa.
L’esercizio fisico rafforza il sistema immunitario, tutela la salute cardiovascolare, ormonale e delle ossa. Dona benessere emotivo, previene e combatte l’insonnia e la depressione, mali del secolo, amplificati dalla pandemia. Privare la popolazione della possibilità di eseguire esercizio fisico produrrebbe un danno alla salute pubblica considerevole.
Purtroppo, però, almeno in questa prima fase di contrasto alla seconda ondata di pandemia, i decisori hanno opportunamente e saggiamente tutelato lo sport professionistico e dilettantistico di interesse nazionale, mettendo a dura prova, o abolendo lo sport amatoriale.
Ora, la riflessione va sull’obiettivo principale di cosa è stato tutelato: fin qui sono stati tutelati interessi economici, trascurati quelli relativi alla salute della popolazione generale. Sacrosanto, tutelare lo sport professionistico, ma altrettanto sacrosanto tutelare lo sport amatoriale e garantirne lo svolgimento in sicurezza.
LO SPORT È SALUTE, come recita il titolo di questa rubrica e, come tale, va garantito e tutelato a tutti i livelli.
Una menzione particolare merita lo sport di contatto, termine attualmente ampiamente utilizzato, ma spesso in maniera impropria.
Per “sport di contatto” si intende, per definizione, quello sport in cui gli atleti hanno contatto fisico diretto o indiretto con un altro atleta, solitamente antagonista. In alcuni sport, come le arti marziali, il contatto tra atleti è necessario per la competizione, in altri, come il calcio, il contatto può avvenire durante il gioco, ma non è “parte” della competizione. E in quest’ultimo caso, il contatto, quando inevitabile, è solitamente di brevissima durata.
Siamo sicuri che vietare gli sport in cui il contatto è occasionale e breve contribuisca a limitare la diffusione della pandemia? Esistono dati che dimostrano, mediante tracciamento dei contagi, che il virus si è diffuso proprio nei campi da gioco durante la partita e non, piuttosto, ad opera di scorrette abitudini di vita in comune negli spogliatoi, prima e dopo la competizione? È stato escluso che la diffusione del virus tra atleti sia avvenuta nei mezzi di trasporto che hanno dovuto prendere per arrivare agli allenamenti e alle gare?
Nello sport amatoriale non ci sono sponsor e non ci sono interessi economici, ma se si tiene ben presente il presupposto che fare sport è il modo migliore per tutelare la salute della popolazione generale, potrebbe essere interessante proporre alle società professionistiche di “adottare” una o più società dilettantistiche per consentire di vivere lo sport in sicurezza e salute.
Certo la materia è sensibile e delicata, ma proprio per questo merita particolare attenzione, partendo dall’assunto di base che lo sport è salute e va tutelato in tutte le sue forme, anche e soprattutto a livello amatoriale, garantendone l’esecuzione in sicurezza.
In ultimo, ma non da ultimo, mi piace ricordare che lo sport è amplificatore di informazioni e cultura ed ha in sé insita la cultura della salute e benessere. Castrarlo vorrebbe dire danneggiare seriamente l’immagine di benessere della popolazione, già messa a dura prova dal maledetto virus.



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