L’Italia vola nonostante il COVID e l’assenza del CT in panchina

Tutto questo mentre il nostro sistema calcio non vive un momento particolarmente felice

di Mauro Grimaldi

In settimana si sono chiuse le vicende relative a Napoli e Roma con entrambi i ricorsi respinti, per cui la classifica resta così com’è. Fa parte di questo strano campionato dove non ci facciamo mancare niente. Mentre la Roma deve questa sconfitta a tavolino ad un’involontaria negligenza - anche perché nel gioco delle due liste lo spazio per inserire Diawara c’era in entrambe… - nel Napoli la faccenda è diversa e, sicuramente, più imbarazzante. In sostanza il giudice della Federazione ha detto che il Napoli si è creato un alibi per non giocare, quindi una scelta premeditata. Anzi, con un lessico da fine penalista, secondo il giudice si è trattato di “dolo preordinato”.
Questo perché, secondo la ricostruzione fatta dall’organo della Giustizia Sportiva, il Napoli aveva già cancellato il volo e la prenotazione dei tamponi a Torino, ben prima che la Asl vietasse esplicitamente di partire. Certo non ci è andato con mano leggera, e sicuramente questa motivazione inciderà anche nel prossimo grado di giudizio, perché una cosa è certa, cioè che Aurelio De Laurentiis (vorrei evitare il paragone con Trump) non è uno che si arrende facilmente.
Il prossimo passo, quindi, il Collegio di Garanzia del CONI. Una cosa, però, è certa: cioè che bisognerebbe fare un po’ di ordine sui processi di verifica relativi al COVID-19 e su questo sicuramente l’idea di Gravina di un centro unico di analisi per controllare l’esito dei tamponi potrebbe essere una soluzione di garanzia per tutti.
Sta di fatto che oggi decidere non è più una competenza degli organismi sportivi, ma sono subentrate le ASL che hanno un peso, spesso determinante, come è avvenuto anche nel caso della convocazione per le Nazionali (e il fatto che molti calciatori siano stati bloccati e non abbiano potuto raggiungere le proprie squadre Azzurre non gioca certo a favore della nostra immagine).
Tutto questo non fa bene al calcio, anche sotto l’aspetto economico. Va evidenziato, infatti, che il sistema calcio non viene da un periodo felice. Nell’ultimo decennio, il debito complessivo è passato da 2,8 miliardi a 4,7 miliardi, anche se il valore della produzione è aumentato da 2,9 miliardi a 3,5 miliardi, merito, per degli sponsor (+86%) e delle plusvalenze (+67%). Troppo poco, perché anche i costi sono quasi raddoppiati, da 2,8 miliardi a 4,1 miliardi, in particolare il costo del lavoro che è cresciuto del 40%.
La crisi pandemica, certamente, non aiuta e questa situazione non è da sottovalutare sia da parte dell’Erario, visto che il calcio, in questi dieci anni ha dato oltre 12 miliardi allo Stato, sia dal mondo del lavoro. A stare peggio sono i grandi club. Se analizziamo gli ultimi bilanci, quelli del 2019/20, vediamo che 4 club - Roma, Inter, Juventus e Milan - da soli cubano il doppio delle perdite di tutta la serie A, a partire dai giallorossi con un deficit di 204 milioni fino alla Juventus con 90 milioni.
Certo, ci sono anche club virtuosi, come il Napoli con un attivo vicino ai 30 milioni, l’Atalanta con circa 26 milioni, l’Udinese (1,8 milioni) e il Sassuolo (un milione).
C’è anche da dire che con questa situazione, mi riferisco ai singoli club, il Covid c’entra poco. È un problema gestionale e con il tempo alcune spese sono andate fuori controllo, come gli ingaggi per giocatori e tecnici che hanno superato la soglia di 1,7 miliardi, poi le consulenze degli agenti, gli ammortamenti dei cartellini che tutte insieme, queste 3 voci, assorbono oltre l’85% dei proventi.
Su questo una riflessione va fatta. Ma è possibile che in questa crisi drammatica, non solo sanitaria, i calciatori (o i loro agenti) non si pongano il problema di fare un passo indietro? Che continuino a chiedere ingaggi sempre più alti? Che non si rendano contro di come la situazione stia precipitando con gente che non arriva a fine mese con attività chiuse e operai in cassa integrazione?
Forse bisognerebbe invertire il trend, perché il calcio, per il peso che ha nella società, ha l’obbligo di intercettare le difficoltà del momento storico. La panacea sarebbe un intervento regolamentare che ponga dei limiti agli ingaggi, ma questo, come noto, non è un tema nuovo, e nei corsi e ricorsi storici, questi problemi sono stati sempre difficili da risolvere anche a causa della mancanza di una unità strategica tra i grandi club i quali potrebbero dettare la linea visto che sono solo loro a potersi premettere di pagare certi ingaggi. Ma alle volte le ambizioni personali prevalgono su quelle della Comunità, e questo rende la questione irrisolvibile.
Due parole sulla Nazionale che ha giocate una gara amichevole e una ufficiale in Nations League. Molto bene con l’Estonia 4-0, con una Nazionale piena zeppa di esordienti e seconde linee, questo a causa dei veti delle ASL. Una vittoria da non sottovalutare, perché utilissima per salire nel ranking FIFA e piazzarsi tra le teste di serie dei prossimi Mondiali.
L’aspetto più romantico di questa partita, invece, è stato quello di conoscere la favola di Vincenzo Grifo, nato e cresciuto in Germania, approdato in Nazionale ed entrato nella storia del calcio con una doppietta. Figlio di quella generazione di italiani emigrati all’estero per lavoro, discreto trequartista 27enne che gioca in Bundesliga nel Friburgo, da un po’ di tempo nel giro azzurro, ma poco utilizzato. Almeno per questa volta il palcoscenico è tutto suo ed è giusto così. Magari ritornerà nell’anonimato di una tribuna, ma quella serata la ricorderà tutta vita e noi con lui. Mancava anche il CT Roberto Mancini, in quarantena COVID, ma questo lo sapevamo e il duo Vialli-Evani ha fatto bene.
Con la Polonia, invece, è stata una partita vera che valeva il primo posto nel girone. Bene, abbiamo visto una bella Italia nonostante i 21 calciatori indisponibili e il 2-0 sta stretto agli azzurri. Non credo che nella storia del calcio si siano mai vista una situazione del genere, ma in tempo di COVID non stupisce più niente.



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