I club inglesi presto alle prese con il possibile ban degli sponsor del gaming

L'intero calcio inglese di vertice (ma anche tutta la Football League) rischia di dover dire addio ad oltre 110 milioni di sterline a stagione: mercoledì prossimo il governo di Boris Johnson potrebbe pronunciarsi in merito

di Carlo Lazotti

Nell'ambito delle nuove e stringenti leggi sulla pubblicità sportiva attualmente in esame da parte della Gambling Commission, 8 squadre della Premier League potrebbero dover affrontare un divieto che impedirà loro di avere aziende di Gaming come sponsor di maglia.
Giovedì scorso - riporta SIGMA.com - i club della massima serie inglese si sono infatti incontrati per discutere ulteriormente la questione, destinata ad essere esaminata dal governo di Boris Johnson alla luce del Gambing Act del 2005. Downing Street ha infatti avviato una revisione del provvedimento alla fine del 2020, sollevando preoccupazioni sulla dipendenza dal gioco d'azzardo. Una commissione ristretta della Camera dei Lord ha accolto con favore questa preoccupazione e ha raccomandato il divieto delle sponsorizzazioni dei club da parte di aziende del settore Gaming entro il 2023, e «l'abolizione di ogni pubblicità di gioco d'azzardo all'interno o nelle vicinanze di campi sportivi».
Attualmente, 8 dei 20 club della Premier hanno società di scommesse come sponsor di maglia: Burnley, Crystal Palace, Fulham, Leeds, Newcastle, Southampton, West Ham e Wolverhampton. L'accordo del Leeds con SBOTOP vale ad esempio 6,5 milioni di sterline a stagione, quello dell'Everton con SportPesa 9,6 milioni, mentre il West Ham ha un accordo di 10 milioni di sterline all'anno con il popolare bookmaker Betway, attualmente sponsor principale anche del Miami Open ATP e WTA di tennis in corso di svolgimento in Florida.

Matt Zarb-Cousin, direttore del bellicoso gruppo di lobby “Clean Up Gambling”, ha accolto con favore questo intervento della Camera dei Lord e ha detto: «I calciatori, i giocatori di freccette (disciplina sportiva quanto mai seguita oltre Manica, ndr), i giocatori di biliardo e i giocatori di rugby sono come cartelloni pubblicitari ambulanti per le società di gioco d'azzardo. Le prove dimostrano che questo tipo di pubblicità ha un impatto negativo sui bambini che crescono pensando di dover piazzare una scommessa per potersi godere lo sport».

Un portavoce del Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport (DCMS) ha dichiarato a Sky Sports News: «Stiamo attualmente intraprendendo una revisione completa delle leggi sul gioco d'azzardo per assicurarci che siano adatte all'era digitale e che sia aperta una richiesta pubblica di prove. I club hanno ricevuto un aggiornamento sui risultati relativi alla sponsorizzazione di maglia e alla dipendenza dal gioco. Siamo determinati ad affrontare il problema del gioco d'azzardo in tutte le sue forme, e il lavoro si baserà sulla nostra solida esperienza nell'introduzione di misure per proteggere le persone a rischio. Ma ancora non sono state prese decisioni».

La questione è tutt'altro che secondaria. Prima della stagione 2002/03 non c'era nessuna compagnia di scommesse come sponsor di maglia nel massimo campionato inglese. Il Fulham è stato il primo club a collaborare con un bookmaker, Betfair, in quell'anno, mostrando il suo logo sulle maglie dei “Cottagers”. Quell'accordo di sponsorship ha aperto le porte ad altre aziende di scommesse per entrare nel redditizio mercato della Premier League e da allora sempre più club hanno firmato accordi con società di Gaming.

Dalla stagione 2016/17 in poi, infatti, almeno 10 squadre hanno sempre avuto il marchio di un'azienda di Gaming sulla maglia, come main sponsor o sponsor secondario: dei 349,1 milioni di sterline raccolti dagli accordi di sponsorizzazione in tutta la Premier League durante la stagione 2019/20, ben 68,6 milioni di sterline provenivano da marchi appartenenti al settore del Gaming e delle scommesse sportive in particolare. Ed escludendo soltanto 3 club - Sheffield United, Liverpool e Chelsea - ogni singola squadra della Premier League ha iniziato questa stagione 2020/21 con una sorta di associazione, a vario titolo, con un marchio di scommesse.

Gli accordi di sponsorizzazione che avvengono oggi si estendono infatti oltre i normali kit del classico "match day". Di norma, ci sono accordi di sponsorizzazione anche per i kit di allenamento, con club come Leicester e Manchester City che mostrano alcuni marchi di scommesse solo durante il riscaldamento e le sessioni di allenamento. Oltre ai kit, le aziende di scommesse pagano poi ingenti somme di denaro per la pubblicità sul perimetro del campo, e in vari altri punti all'interno degli stadi: in tutte le dirette televisive, i brand di scommesse sono chiaramente visibili sui cartelloni mentre l'azione si svolge all'interno del rettangolo di gioco. E in Inghilterra, infine, non solo le tribune, ma anche interi stadi prendono il nome da note aziende di scommesse, come il “Bet365 Stadium”, teatro delle partite dello Stoke City.

Mercoledì 31 marzo è il termine ultimo indicato per lo svolgimento della “revisione” del Gambling Act attualmente in corso da parte dell'esecutivo di Sua Maestà britannica: se dalle riunioni governative dovesse arrivare uno stop improvviso (ovviamente quanto meno a partire dalla prossima stagione o da quella 2022/23, visti i contratti già in essere), a rischiare grosso - riporta il Daily Mail - saranno i 110 milioni di sterline a cui i club di Premier League e quelli dell'intera Football League (League Championship, League One e League Two) dovranno rinunciare. E che rappresentano ossigeno puro per tutto il movimento calcistico dopo un anno di pandemia di COVID-19 che ha completamente azzerato gli incassi negli stadi.
Ossigeno al quale il calcio italiano ha dovuto - suo malgrado - rinunciare già oltre 2 anni fa a causa del "Decreto dignità", che in maniera miope ha colpito club di vertice e non, togliendo allo sport entrate che sarebbero state quanto mai fondamentali in questo difficile momento.



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