Coronavirus: la vera sfida è la prevenzione

La nuova rubrica di medicina e wellness a cura della Prof.ssa Galiuto

di Leda Galiuto

Il 24 settembre, Zlatan Ibrahimovic annuncia la sua positività al Coronavirus. Da grande atleta qual è reagisce alla notizia da combattente e affida ai social il messaggio per i suoi tifosi: «Il virus si è permesso di sfidarmi. Pessima idea».
Ottimo approccio, ottima attitudine, sicuramente il suo fisico, benedetto dalla genetica e sapientemente e costantemente allenato, ha tutte le armi per combattere questo maledetto e cattivissimo virus. Eppure, anche se raccomandiamo a tutti, atleti o no, geneticamente e biologicamente sani o meno, di adottare un approccio positivo nei confronti di questa come di altre malattie, nella lotta al COVID-19, la vera sfida è la prevenzione.
In altri termini, la parola d’ordine è: stare assolutamente lontani da ogni possibile rischio di contagio e farsi trovare nelle condizioni fisiche migliori nel caso il nemico ci incontri.
Per declinare la sfida per gli atleti o gli sportivi in genere, le precauzioni che valgono per la popolazione generale vanno analizzate in modo specifico nell’ambiente di gioco, durante allenamenti e gare, negli spogliatoi e durante gli spostamenti.
Gli atleti non possono e non devono indossare la mascherina durante l’attività sportiva perché è dimostrato che questa ridurrebbe di oltre il 20% la capacità funzionale, compromettendo non solo la performance atletica, ma anche la salute cardio-polmonare del professionista, così come dell’amatore.
Questo implica, che, a maggior ragione, le distanze interpersonali vanno rispettate anche nello sport. È naturale che “mantenere il distanziamento sociale” è impossibile negli sport da contatto, ma di sicuro si può e si deve raccogliere la sfida della prevenzione al virus evitando i contatti superflui con lo staff, i compagni, gli avversari.
È evidente che esultare per un gol si deve, ma abbracciarsi anche no, reagire ad un fallo fa parte del gioco, ma gridare la propria rabbia in faccia all’avversario espone ad un rischio contagio inutile ed evitabile.
Cibo e bevande, attrezzature sportive devono essere rigorosamente personali e non vanno mai scambiate, negli spogliatoi attenzione al vapore delle docce e ai contatti ravvicinati. Appena possibile è opportuno utilizzare mascherine e sanificare le mani e le superfici.
Tornei e campionati si svolgono in città e nazioni diverse, i viaggi sono ulteriore fonte di rischio di contagio, tutte le precauzioni vanno prese e mantenute come e più della popolazione generale.
In questi mesi ci si è chiesti, ma gli atleti sono a maggior rischio di ammalarsi di Coronavirus? È evidente che una risposta precisa ancora non esiste, è una malattia nuova e la sua storia scientifica, basata sulle evidenze, la stiamo scrivendo ora.
Quello che sappiamo dai dati relativi alle precedenti epidemie è che l’esercizio fisico moderato e costante rafforza il sistema immunitario e protegge dalle infezioni virali. Quando l’esercizio fisico diventa intenso e prolungato (oltre un’ora), come quello degli atleti di resistenza, tipo i maratoneti ad esempio, ci può essere una fase in cui le difese immunitarie si abbassano e resta come una “finestra aperta” attraverso la quale un virus, occasionalmente venuto in contatto con l’organismo possa trovare il modo di replicarsi indisturbato e non contrastato dall’immunità dell’ospite e provocare la malattia di cui è capace. Questi dati non sono condivisi da tutta la comunità scientifica e si stanno disegnando nuovi studi per verificarne la veridicità, però nell’attesa, sono stati opportunamente disegnati dei protocolli di allenamento che risultino protettivi e non espongano mai ad eventuale rischio di riduzione, benché temporanea, delle difese immunitarie. Ad esempio, le sessioni di allenamento non devono durare oltre i 60 minuti e gli atleti non vanno spinti oltre l’80% della propria capacità funzionale.
Siamo in tempi di pandemia, la nostra vita è interamente condizionata dal virus che vive e circola tra di noi e per noi, lo sport non è immune, ma lo sport in sicurezza può migliorare la salute degli atleti ed essere di esempio per la popolazione generale.

La Professoressa Leda Galiuto è specialista in cardiologia, Medicina dello Sport e dell’esercizio fisico e psicoterapia psicoanalitica. Ha conseguito Master di II livello in Nutrizione Clinica ed Organizzazione e Gestione delle Aziende Sanitarie, e si è diplomata in Medicina dello Sport per gli atleti olimpici presso il CIO.
Nello sport italiano ha collaborato anche con la Federazione Italiana Scherma e con la Lega Pro.

Attualmente dirige la Cardiologia Riabilitativa della Fondazione Policlinico A. Gemelli-IRCCS di Roma, ed insegna Cardiologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. E’ giornalista pubblicista ed ha collaborato con sue rubrica di salute con “Il Fatto Quotidiano” e con RAI Sport, ed è anche autrice di due libri divulgativi: “Difendere il Cuore delle Donne” (Minerva Edizioni) e “Nutrire il Cuore” (l’Asino d’oro edizioni). E’ Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti scientifici.
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